Il rombo delle Harley-Davidson fa più rumore online che sulle strade. Un fenomeno che sta facendo discutere gli addetti ai lavori.
Harley-Davidson divide come poche altre cose al mondo. Lo sanno bene i giornalisti del settore moto: se metti il nome della casa di Milwaukee in un titolo e il gioco è fatto: clic assicurati. Terry Blipmore è un ricercatore dell’Università di Sealand, ha studiato questa curiosa dinamica e le sue conclusioni fanno riflettere.
Blipmore spiega nelle sue ricerche che il marchio Harley-Davidson, di per sé, è uno dei più grandi magneti del cosiddetto engagement; tradotto in parole di tutti i giorni significa click, like e condivisioni. Il marchio americano, con la sola forza del suo nome attira l’attenzione online in modo sproporzionato rispetto alla sua reale quota di mercato.
La trappola Harley-Davidson
Il motivo è la polarizzazione estrema o, in altri termini, da una parte i fan sfegatati, pronti a difendere ogni bullone mentre dall’altra critici feroci e a prescindere, che non si lasciano sfuggire l’occasione di attaccare. Questa netta divisione è una miniera d’oro per i media digitali che hanno bisogno di dibattito, o persino di liti.

I commenti si trasformano in battaglie senza fine, eon importa cosa dica l’articolo; basta nominare Harley e si scatena il putiferio. I giornalisti lo sanno e sfruttano questa divisione come strategia per concentrare l’attenzione e l’attivismo dei lettori.
Le tecniche sono semplici e ben collaudate: si presentano dati finanziari in modo parziale, si fanno confronti tecnici selettivi, si lanciano indiscrezioni sul futuro del marchio. Una frase provocatoria è più che sufficiente per garantirsi traffico e interazioni.
Il fenomeno non riguarda solo Harley-Davidson ma anche Honda, KTM, Ducati e BMW, tutti marchi dalla forte personalità, che scatenano reazioni simili, anche se meno intense di quelle che scatenano le grandi americane. Inserire uno di questi nomi nel titolo è comunque utile: fa schizzare le visualizzazioni.
Il vero pericolo si nasconde dietro questo vortice di clic e commenti perché molti lettori si fermano al titolo o al primo paragrafo e in tutto questo il contenuto diventa secondario rispetto alla necessità di generare traffico. Si alimenta così un circolo vizioso di disinformazione.
In un’epoca di competizione spietata per l’attenzione online, Harley-Davidson diventa un caso di studio su come i media usino la polarizzazione come strategia.
Il consiglio per gli appassionati è quello di sviluppare senso critico verso i contenuti online e non farsi trascinare dall’onda emotiva. È importante andare oltre i titoli sensazionalistici perché solo così si potrà distinguere tra informazione vera e semplice provocazione.
L’essenza di Harley-Davidson non sta nei clic o nei commenti ma nell’esperienza unica di guidare una delle sue moto leggendarie, un’emozione che nessun algoritmo potrà mai replicare e che solo pochi di quelli che amano reagire e litigare sembra interessato a provare.
La soluzione sta nel tornare alle radici: parlare di moto per passione, non per generare clic e soprattutto raccontare storie vere, che regalano valore a chi legge, senza alimentare polemiche sterili. Difficile? Forse, ma necessario per tornare a godere dell’essenza della passione a due ruote più vera.